Di nuovo in ritardo rispetto alla pubblicazione su TorinoSette, un pezzo veloce per gli aficionados.
E altrettanto velocemente mi eclisso, per riapparire presto. Si spera.
Alla cena pop dei Baustelle
Una ricetta (anche) di cucina. Gli ingredienti a seguire, come la preparazione e la presentazione.
Dunque. Baustelle. Lunge da chill out e liscio, ovviamente, da casa del liscio. Pop music d’antan. Nouvelle vague francese, Godard e Truffaut in testa, nei video musicali e nello stile da Alain Delon spilungo-allampanato del leader del gruppo, Francesco Bianconi, ovvero il capocuoco (premio Musica Indipendente, premio Forchetta Di Vinile). Ancora: Andy Warhol ed epigoni. Poliziotteschi anni Settanta, Luc Merenda, Maurizio Merli, Tomas Milian, Franco Gasparri. Cantarelli con Lola Falana e Rocky Roberts. Pamela Tiffin, Jane Birkin, Marianne Faithfull, Jane Fonda pre-aerobica: non-solo-pin-up intellettuali. Erotici soft con Sylva Koscina, Isabella Biagini. Colonne sonore di Fabio Frizzi, Ennio Morricone, Piero Piccioni. Rock indipendente italiano, anche nel già citato capocuoco, che alaindeloneggia (da Alain Delon, controllare sopra) e assieme manuelagnelleggia (altro neologismo: da Manuel Agnelli degli After Hours, per intuito). Cinismo, glamour, romanticismo da angeli con la barba di tre giorni e non da poveri diavoli. Vintage e modernariato. Minigonne e caschetti alla Vergottini. Televisori Philco e radio a cubo rosso Brionvega. Fumetti di Diabolik, Kriminal, Satanik, Zakimort. Romanzi che sono o saranno di culto (estratti da Luciano Bianciardi, Piero Chiara, forse Alberto Moravia).
Gli ingredienti, conosciuti da capocuoco e aiutanti più per fama che per esperienza diretta, solleticheranno il cervello più che il cuore e lo stomaco. Nouvelle cuisine sonora. Il piatto finito risulterà geometricamente perfetto, inattaccabile, ineccepibile, ancora più immacolato quando finto sporco, comunque freddissimo. Muri compatti di arrangiamenti (un’orchestra d’archi non guasterà in ogni caso) non risulteranno pesanti e verranno scordati dai commensali come una guarnizione, un ghirigoro sul bordo della portata. Ci sarà la parvenza di cibo più che il cibo stesso, preparato e servito con decadente noncuranza blasé, accettato con annoiata compiacenza da avventori abituati al mal di vivere formato weekend e allo spleen da copertina di settimanale. Si mangerà calmi, limitando i movimenti, forse un piedino a battere il tempo o un ginocchio a flettersi, spesso le braccia conserte. Eventuali movimenti più veloci e d’impulso andranno coordinati e calcolati con anticipo adeguato: malgrado eventuali apparenze fuorvianti non si sarà alla mensa del popolo, ma a un banchetto di tono e classe, non in una trattoria da strapaese ma in un ristorante tre stelle del centro.
Non si troveranno peli in qualsivoglia uovo, ogni particolare verrà studiato, gli errori voluti, programmati. Nonostante il nome del gruppo, non verranno servite immangiabili, lutulente pietanze tedesche. La linea, il peso forma, grazie all’epidermico nutrimento culturale, saranno garantiti.