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un abbraccio, alicia

Locandinatransilvania

senza te non sono niente [fine]

Il tuo viso ci ferisce
E’ una verità che non possiamo toccare o accarezzare
(…)
Noi, puttane fatte con lo stampino

(Little Baby Nothing, Manic Street Preachers)


E soprattutto,
cerca di lasciare libero
quel dolce animale fatto di carne
che sei tu

(Anatre selvatiche, Mary Oliver)

senza te non sono niente, 77

Penso che mi avvicinerò al lago e che sarà freddo, ghiacciato. Mi specchierò dentro, sperando di scorgere qualcosa, di vedermi in cerca di un nuovo e personale battesimo, dolente e magra. Ci entrerò scostando le canne, il fango non a bloccarmi i piedi, non a sporcarmi, ma a nutrirmi come una pianta. Salutando il gelo, accarezzando e stringendomi, non strofinerò e non gratterò. Con le mani a coppa mi verserò acqua sulla testa, sulla faccia, sulla mia figa gonfia e sul mio culo piatto. E laverò via, laverò via tutto, tutto quello che posso, tutto quello che voglio.

senza te non sono niente, 76

Da tempo non guidavo. Eppure ho la patente. Mi portavano e mi lasciavo portare. E’ stato semplice e bello affittare un’auto. Percorro la statale fuori città. Lì hanno sentito le ultime esplosioni. E’ crollato un traliccio della corrente elettrica. Uno, due ripetitori della televisione. Una grande villa abusiva. Un manicomio: esistono ancora, si chiamano solo con un altro nome. Una lunga fila di altissimi cartelloni pubblicitari con sopra il primo piano di un politico obeso. Abbasso il finestrino, inghiotto vento e polline. I miei piccoli polmoni si aprono e ringraziano.

Con il tramonto, sembra che l’orizzonte sia in fiamme. Trovo un albergo e prendo una camera prima che faccia notte. Sembra vuoto, il proprietario gentile. Sfilo garze e stacco cerotti. Voglio sentire le lenzuola contro la pelle, ma sono stufa del disinfettante, delle cicatrici. Bevo poca acqua, niente caffè. Non penso e non immagino e non sogno. Verso le due, l’orologio brillante sul comodino, un rumore d’acqua mi sveglia. Non viene dalla stanza. Apro la finestra. L’aria è fresca. Non troppo lontano, riflessi nel buio. L’albergo è accanto a un lago. Non l’avevo notato, sono arrivata di fretta. Scavalco il davanzale, scivolo giù per un pendio e quasi ci sono.

Non so che cosa farò. Non so se troverò Francesco. Penso non sia un principe azzurro. Chissà se in ospedale è arrivato lui o il suo fantasma. Chissà se un suo bacio in bocca mi ucciderebbe.
Le sue parole sono state troppe e troppe assieme. Non le ricordo una per una. Chissà se abbiamo smarrito per sempre le nostre ali. Senza te, senza me, non so. Sarò sempre niente senza qualcuno e quel qualcuno posso essere io.
Sarebbe semplice e indolore andare da altri, venire da te, anche se ne ho voglia, anche se ci muoio. Chissà se è morta la luce che collegava le nostre finestre, magari un giorno ritornerà. Chissà se vedrò un nuovo aeroplano di carta con i lustrini d’ argento.

Senza te non sono niente, dico e confesso a ogni mia cellula, quasi riuscissi a carezzarne il centro, il nucleo che pulsa.
Io sono il mio corpo. C’è da punirlo, abbandonarlo, dimenticarlo, molesto e ingombrante, ma io sono tutta qui. Tutto passa da qui. Lo penso, lo credo; lo credo, lo penso.

ultimo intervallo minimo...

... e poi si chiude: il romanzo a puntate (termine che ho sempre odiato, ma in questi mesi non ho trovato di meglio) finirà.
Prossima settimana, grosso modo.
Mille scuse per le lettere ancora senza risposta. Come assicurato in precedenza, non lascerò fuori nessuno.
Per chi mi ha chiesto un banner o qualcosina di simile per Senza te non sono niente, uno poco sotto, courtesy of Valentina. Altre sorprese arriveranno. Altre ancora potete mandarle voi, se vi va (alcuni lo stanno già facendo, e grazie. grazie. grazie).
Decisioni verranno prese, da io me mi. Niente di epocale, ma insomma.
Abbracci sparsi e per la colonna sonora del weekend frugate qui su del.icio.us, alla rinfusa. I miei link su musica & affini si sentono soli.

Senza te non sono niente, 2007

senza te non sono niente, 75

Quando mi sono tolta l’ago dal braccio, sul secondo ripiano del comodino ho trovato un regalo. Una scatola di cartone come quelle che contengono i dattiloscritti. L’ho aperta. Uno strato di fotografie di parchi, di bambini, di giostre di ferro. E di palazzi che crollano e di auto che carambolano nel buio. Sotto le immagini, non ho idea. Ho annusato l’ odore di benzina e petrolio. Ho sbirciato cavi elettrici e rocchetti di filo. Ho pensato ai ragazzini in fondo alle gallerie, alla pancia accogliente e nascosta della città. Ho richiuso la scatola. Infilato la vestaglia. A piedi nudi ho raggiunto il reparto con la grande vetrata. Ho scostato la porta. Lui dormiva un sonno di sonnifero. Ho appoggiato il dono su una poltrona in finta pelle, a pochi centimetri dal cuscino, dalla sua faccia gonfia e bendata. Forse Francesco è venuto davvero a trovarmi. O forse i sogni non lasciano solo ricordi condannati a svanire. Forse, nel suo letto duro di casa di cura, oltre i grandi vetri, lui verrà avvolto, ingoiato da una luce così intensa che non le potrà resistere. Forse è già stato, forse l’incantesimo è già successo, le bende dissolte, la faccia scomparsa strato dopo strato, oltre la polpa, fino al bianco dell’osso che non può mentire.

senza te non sono niente, 74

Esco dalla clinica contro le raccomandazioni dei medici. Arrivata a casa raccolgo qualche vestito in una valigia, qualche vestito stretto che fasci e che mostri, ci aggiungo fogli e strisce di carta appallottolata. Non ho buttato via nulla, poesie o quello che sono. Dentro un armadio scopro tre camicie da uomo, eleganti ma non appariscenti, stessa misura, stesso stile, di sicuro stesso proprietario. Tre giacche, due paia di pantaloni della stessa taglia, tre cravatte. Nascosto in bagno un rasoio non mio, usato chissà quante volte.
Come con una macchina fotografica: ci guardi dentro, fai scorrere una rotella o schiacci un pulsante e l’alone colorato che hai davanti si restringe, si definisce, fino ad assumere i contorni di un solo viso, di una sola persona che conosci da sempre. Una sola persona, un solo lui. Gocce di mercurio che si fondono in una sola, unica macchia.
Afferro la valigia con entrambe le mani ed esco. Il palazzo non trova una voce, non mi dà l’addio. Un’ultima occhiata all’edificio di fronte, l’alloggio abbandonato di Francesco, la finestra buia, una lampadina rossa da camera oscura ancora spenta.

senza te non sono niente, 73

Parla con questo mio taglio
Bacialo, per una volta:
ha labbra e denti
Non è la piaga tra le gambe
Sangue, dolore e scandalo
Il tuo potere è la distanza
Allontanati ancora un poco
E tua figlia, finalmente,
saprà vederti sparire

Non scrivo, tengo in mente, ripeto, imparo a memoria.


senza te non sono niente, 72

Mi sveglio o metto a fuoco lo sguardo. La fleboclisi è ancora attaccata. Il trespolo a lato del letto, la sacca verde quasi vuota. Sul comodino di metallo, un batuffolo di cotone con una macchia rosso scuro. Controllo la vena del braccio. E’ curva e indurita, un laccio di cuoio sotto la pressione del dito. Tre lividi si allargano dall’incavo verso il gomito. Mi sfilo l’ago a farfalla. Esce in un sospiro di gratitudine o rassegnazione. Pulisco con il cotone. Il tubo di plastica penzola libero. La stanza puzza di deodorante al cedro, di pasti non consumati, di polvere e di grigio e di abbandono.
Sono da sola.

senza te non sono niente, 71

I medici confermano che lui ce la farà. Lui ha un’intera vita davanti, ripetono. Io chiudo gli occhi. Io cerco di dormire. Sento scoppi in distanza. L’intera città sta esplodendo come la festa, come una festa, petardi e fuochi d’artificio. I medici dicono che sono i terroristi, che vogliono destabilizzare lo stato, colpire gli innocenti, come Giulia, come gli altri ospiti della casa.
Io non so. Io mi chiedo chi sia davvero senza colpa. Io mi addormento e faccio un sogno dove c’è Francesco. O lo incontro sul serio, mi viene a trovare, fluttua e non si distingue e Silvia, mi chiama Silvia, da tanto non sentivo il mio nome, la voce è la sua, la sento e la capisco,

Silvia, posso restare poco, ci sono anch’io tra quelli che chiamano assassini; mi dispiace, mi dispiace per te e per Giulia e non solo, ma un mondo così non può esistere; è terribile, l’hai visto e lo vedi e lo vivi pure tu, stai male e tanti stanno male, abbiamo dentro troppa rabbia e paura e dolore, abbiamo e abbiamo avuto genitori invisibili, ci apriamo ferite o dobbiamo reagire con la nostra violenza di bambini; troppa rabbia e paura e dolore, ma a un certo punto tutto finirà e tutto sarà meglio, te lo prometto, tu e io assieme, perché, perché lo sai fin dall’inizio, sarei dovuto venire prima ma ti guardavo ed eri diversa e con un altro e non avevo il coraggio e mi sbagliavo; forse te l’ho già detto, avrei dovuto ripetertelo ogni giorno, ogni ora, Silvia,

senza te non sono niente.
Senza te non sono niente, mi sussurra, e mi bacia sulla fronte e sento il suo respiro caldo ma non soffocante, il suo profumo di ragazzo, di un’estate dopo gli esami che credevo finita, sprecata.