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senza te non sono niente, 67

Un’altra festa, un’altra casa piena e urlante. Il produttore televisivo è con me. Corpi che si toccano. Carezze e favori scambiati e svenduti. Una briciola di pane mi infiamma la gola, un angolo di tartina. Mi giro in cerca di acqua, forse di aiuto. Sono sola. Lui è scomparso. Sguardi che si riflettono, si moltiplicano di bicchiere in bicchiere. Bocche e lingue, sul bordo di un calice quella di un serpente. Sibila. Prendete e bevete il mio sangue. Sprecatelo.
Qualcuno ride. Qualcuno schiamazza. Una ragazzina con un lungo vestito di pizzo nero e bianco si scuote senza quasi muoversi. Il suo corpo è di gesso e di giorni passati a digiunare. E’ una gothic lolita, una moda giapponese, dice qualcuno con tono incuriosito, non ammirato. La ragazzina ha gli occhi color oro. Vuole essere al centro dell’attenzione o andare in pezzi o entrambe le cose. L’attrazione della serata o il nulla o un regno all’inferno.

Faccio per avvicinarmi ma vengo trascinata per un braccio. Mi sforzo e guardo meglio e le labbra compongono in automatico il nome di Giulia. Il liceo, la vecchia classe, Giulia senza rughe ma con gli occhi pesti. Mi trascina leggera in un angolo. Sorride, quasi complice. Mi chiede del professore, del supplente del liceo, di come stiamo insieme. Scuoto la testa. Giulia ha un’espressione che grida siamo arrivate siamo arrivate siamo arrivate, un’espressione che già conosco. Si accorge che non capisco nulla. Mi serra i polsi sottili. Il destro porta ancora un segno delle manette. Il mio bracciale per una serata di gala. Giulia mi dice che dobbiamo essere felici: io con lui, lei con un altro, uno che muove le cose. Dice proprio così, muovere le cose, mentre l’angolo della bocca le scatta all’insù. Non come Francesco, continua, ti ricordi di Francesco, e io me lo ricordo, certo, e lei aggrotta la fronte e mi accorgo che ce le ha le rughe, a poco più di vent’anni, e Francesco, Francesco che s’è messo a fare il fotografo e tu gli piacevi e poi è sparito e brutte compagnie, sussurra Giulia con un’espressione fin troppo adulta che potrebbe appartenere a mia madre.
E’ vero, non capisco nulla, non commento, su un divano trovo un bicchiere di vino e butto giù la briciola conficcata tra esofago e stomaco. Giulia fa comparire una piccola scatola di cartone. Divarica le alette, estrae il rettangolo di plastica. Preme esperta tre dei dieci rigonfiamenti. Solleva la mano alla bocca e deglutisce a secco. Penso a come può essere vivere assieme a una pillola. Probabilmente non è diverso dalle chiavi di casa. Controlli sempre di averle in tasca, per abitudine. Se le dimentichi da qualche parte, corri a riprenderle.
Mi sforzo di tenere la mente ingombra. I bagni sono pieni. I bagni sono lontani. Non posso rifugiarmi. Qualcuno continua a parlare anche se l’altro non lo sente. Tutti continuano a parlare e nessuno li sente, nessuno ascolta nessuno. Tutti hanno la faccia e il cuore di gomma. Gli occhi della ragazzina con il vestito di pizzo non sono più dorati, una patina li vela, la pupilla si divide come mercurio brillante. Io invece sanguino. Afferratemi e bevetemi, lasciate che coli.
Giulia ora è serena, non si sforza di sembrare raggiante, si passa la lingua sulle labbra, trangugia due volte e prende a raccontarmi una storia.
No, anzi, la storia me la racconto io. E’ vero, non capisco nulla. Devo tornare indietro. Indietro. Elaboro, snellisco, sottolineo, correggo, evidenzio, valuto modi e parole. Come se non mi riguardasse da vicino, come se leggessi un libro per lavoro, un mazzo di fogli stampati che non assomiglia alla mia vita. Pura finzione.

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