senza te non sono niente, 66
Poi. Notte dopo altre notti. Il letto è davvero il centro.
Palle di gomma. Di plastica dura. Di legno e di pietra. Colorate. Grandi. Piccole. Medie. In fila, separate, due e a due. Per colpa di una boccia di marmo la mascella quasi si sloga. Viene assicurata con cinghie nere. Non parlerei comunque. C’è chi me l’ha messa ed è attirato da altro. Il letto è il centro, chi va e chi viene. Chi mi allarga il culo piatto e ci infila le sfere di un pallottoliere, sembra far di conto, calcolare ogni spasmo che vorrei frenare. Chi sceglie con cura, la sua palla di legno arancione è per la mia vagina secca e rossa, distende e dilata e devasta, grandi labbra piccole labbra utero, e Dio, Dio mio, prego come quando ero piccola. Come quando ero piccola, ho paura. Spasmo. Dio, mio. Dentro, io sono sacra. Dentro. Spasmo. Dentro, un sottile velo di carne, la mia carne, separa le sfere dalla palla arancione. E’ un velo di carne rigido ma fragile. Spasmo. Un verso dal buio della gola. Inspirare con il naso. Espirare. Come con la testa nel sacchetto di plastica. Sono giochi. E’ tutto un gioco. Io sono il gioco. Io non partecipo. Spasmo e il velo di carne sta cedendo. Un confine, un punto di non ritorno, un delicato equilibrio. Non si può spezzare. Insieme si spezzerebbe il resto del mio corpo usato male. Spasmo. Altre palline su per il culo piatto. Le cinghie attorno alle guance vengono strette. Sbavo. Dopo aver fatto, dopo aver continuato, nessuno mi sfiora più, solo lui mi guarda muta spastica sporca di saliva e di succhi e ginocchia piegate e dice, con la telecamera che squittisce, e dice: come sarebbe bello avere un endoscopio a fibre ottiche.
Spasmo. Spasmo. Spasmo. Immagino il velo che riposa, ormai salvo. Che sogna. Spasmo.
Tolgono. Estraggono. Ripongono. Escono.
La vasca è vuota. Mi ci sdraio. Giro il rubinetto. Un filo caldo segue il contorno della porcellana. Si tinge di rosa. Mi sposto. Gambe allungate. Una puntura allo stomaco, ma è un attimo. Un braccio fuori. Dita che accarezzano il pavimento. Raggiungono il tappeto di spugna. Ci affondano dentro. Morbido. Le tubature che cantano e mi sorprendono nel silenzio. Il filo d’acqua. Tante gocce calde. Una di loro. Vorrei essere io. Bollente al centro, allungata. Quando arriva il gelo, una lacrima di freddo luminoso. Comunque perfetta. Una di loro. Vorrei essere io.
Bevo. Il calore si spande in bocca, sulle piaghe, regala sollievo. Inarco il collo, tasto il palato con il medio. Lo sfilo ed è rosso brillante, una striscia intorno come un anello di rubini. Sono una principessa, sono la regina dei ghiacci. Gocce calde e lacrima di gelo. Sputo e bevo e sputo di nuovo. Due denti ballano. Vorrei bere un fiume, il mare. L’acqua arriva ai fianchi. Chiudo il rubinetto. Mi raggomitolo nel brodo caldo e rosa. Il cervello galleggia. La mano si allunga verso il guanto di crine, a pochi centimetri e così lontano.

