senza te non sono niente, 69
La festa sembra tacere all’improvviso assieme a Giulia, assieme alla mia storia, a quella che racconta lei e a quella che mi racconto.
Poi, tutto esplode.

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La festa sembra tacere all’improvviso assieme a Giulia, assieme alla mia storia, a quella che racconta lei e a quella che mi racconto.
Poi, tutto esplode.
Una bambina incontra un ragazzo in un canneto vicino al mare. Il ragazzo cresce e va a insegnare in una scuola come supplente di latino e greco. Nella scuola c’è la bambina: è cresciuta anche lei. Il ragazzo si fa grande e forte, trova un lavoro all’università, viene assunto da una casa editrice con un’ottima mansione, poi da una seconda, piccola ma in vista, scrive e pubblica, incontra persone importanti, si candida per un partito e dopo per i suoi avversari, passa dai libri alla televisione, si fa nuovi amici, nuove utili conoscenze, inventa nuovi giochi e passatempi, scopre che è semplicissimo andare avanti e continuare a salire, non sa neppure lui quante pelli ha cambiato, le ha aperte e sfilate come bucce sottili, un comodo ma sciocco rivestimento di superficie, non ha provato nessun fastidio e continua, e continua.
La bambina, quella che è cresciuta, non si è mossa eppure continua a stargli dietro, con la pelle che si restringe, che viene allargata, che si modifica e viene modificata a forza, non senza dolore, ma lei rimane la stessa, fin giù nelle viscere, nella memoria infinita del corpo.
Un’altra festa, un’altra casa piena e urlante. Il produttore televisivo è con me. Corpi che si toccano. Carezze e favori scambiati e svenduti. Una briciola di pane mi infiamma la gola, un angolo di tartina. Mi giro in cerca di acqua, forse di aiuto. Sono sola. Lui è scomparso. Sguardi che si riflettono, si moltiplicano di bicchiere in bicchiere. Bocche e lingue, sul bordo di un calice quella di un serpente. Sibila. Prendete e bevete il mio sangue. Sprecatelo.
Qualcuno ride. Qualcuno schiamazza. Una ragazzina con un lungo vestito di pizzo nero e bianco si scuote senza quasi muoversi. Il suo corpo è di gesso e di giorni passati a digiunare. E’ una gothic lolita, una moda giapponese, dice qualcuno con tono incuriosito, non ammirato. La ragazzina ha gli occhi color oro. Vuole essere al centro dell’attenzione o andare in pezzi o entrambe le cose. L’attrazione della serata o il nulla o un regno all’inferno.
Faccio per avvicinarmi ma vengo trascinata per un braccio. Mi sforzo e guardo meglio e le labbra compongono in automatico il nome di Giulia. Il liceo, la vecchia classe, Giulia senza rughe ma con gli occhi pesti. Mi trascina leggera in un angolo. Sorride, quasi complice. Mi chiede del professore, del supplente del liceo, di come stiamo insieme. Scuoto la testa. Giulia ha un’espressione che grida siamo arrivate siamo arrivate siamo arrivate, un’espressione che già conosco. Si accorge che non capisco nulla. Mi serra i polsi sottili. Il destro porta ancora un segno delle manette. Il mio bracciale per una serata di gala. Giulia mi dice che dobbiamo essere felici: io con lui, lei con un altro, uno che muove le cose. Dice proprio così, muovere le cose, mentre l’angolo della bocca le scatta all’insù. Non come Francesco, continua, ti ricordi di Francesco, e io me lo ricordo, certo, e lei aggrotta la fronte e mi accorgo che ce le ha le rughe, a poco più di vent’anni, e Francesco, Francesco che s’è messo a fare il fotografo e tu gli piacevi e poi è sparito e brutte compagnie, sussurra Giulia con un’espressione fin troppo adulta che potrebbe appartenere a mia madre.
E’ vero, non capisco nulla, non commento, su un divano trovo un bicchiere di vino e butto giù la briciola conficcata tra esofago e stomaco. Giulia fa comparire una piccola scatola di cartone. Divarica le alette, estrae il rettangolo di plastica. Preme esperta tre dei dieci rigonfiamenti. Solleva la mano alla bocca e deglutisce a secco. Penso a come può essere vivere assieme a una pillola. Probabilmente non è diverso dalle chiavi di casa. Controlli sempre di averle in tasca, per abitudine. Se le dimentichi da qualche parte, corri a riprenderle.
Mi sforzo di tenere la mente ingombra. I bagni sono pieni. I bagni sono lontani. Non posso rifugiarmi. Qualcuno continua a parlare anche se l’altro non lo sente. Tutti continuano a parlare e nessuno li sente, nessuno ascolta nessuno. Tutti hanno la faccia e il cuore di gomma. Gli occhi della ragazzina con il vestito di pizzo non sono più dorati, una patina li vela, la pupilla si divide come mercurio brillante. Io invece sanguino. Afferratemi e bevetemi, lasciate che coli.
Giulia ora è serena, non si sforza di sembrare raggiante, si passa la lingua sulle labbra, trangugia due volte e prende a raccontarmi una storia.
No, anzi, la storia me la racconto io. E’ vero, non capisco nulla. Devo tornare indietro. Indietro. Elaboro, snellisco, sottolineo, correggo, evidenzio, valuto modi e parole. Come se non mi riguardasse da vicino, come se leggessi un libro per lavoro, un mazzo di fogli stampati che non assomiglia alla mia vita. Pura finzione.
Poi. Notte dopo altre notti. Il letto è davvero il centro.
Palle di gomma. Di plastica dura. Di legno e di pietra. Colorate. Grandi. Piccole. Medie. In fila, separate, due e a due. Per colpa di una boccia di marmo la mascella quasi si sloga. Viene assicurata con cinghie nere. Non parlerei comunque. C’è chi me l’ha messa ed è attirato da altro. Il letto è il centro, chi va e chi viene. Chi mi allarga il culo piatto e ci infila le sfere di un pallottoliere, sembra far di conto, calcolare ogni spasmo che vorrei frenare. Chi sceglie con cura, la sua palla di legno arancione è per la mia vagina secca e rossa, distende e dilata e devasta, grandi labbra piccole labbra utero, e Dio, Dio mio, prego come quando ero piccola. Come quando ero piccola, ho paura. Spasmo. Dio, mio. Dentro, io sono sacra. Dentro. Spasmo. Dentro, un sottile velo di carne, la mia carne, separa le sfere dalla palla arancione. E’ un velo di carne rigido ma fragile. Spasmo. Un verso dal buio della gola. Inspirare con il naso. Espirare. Come con la testa nel sacchetto di plastica. Sono giochi. E’ tutto un gioco. Io sono il gioco. Io non partecipo. Spasmo e il velo di carne sta cedendo. Un confine, un punto di non ritorno, un delicato equilibrio. Non si può spezzare. Insieme si spezzerebbe il resto del mio corpo usato male. Spasmo. Altre palline su per il culo piatto. Le cinghie attorno alle guance vengono strette. Sbavo. Dopo aver fatto, dopo aver continuato, nessuno mi sfiora più, solo lui mi guarda muta spastica sporca di saliva e di succhi e ginocchia piegate e dice, con la telecamera che squittisce, e dice: come sarebbe bello avere un endoscopio a fibre ottiche.
Spasmo. Spasmo. Spasmo. Immagino il velo che riposa, ormai salvo. Che sogna. Spasmo.
Tolgono. Estraggono. Ripongono. Escono.
La vasca è vuota. Mi ci sdraio. Giro il rubinetto. Un filo caldo segue il contorno della porcellana. Si tinge di rosa. Mi sposto. Gambe allungate. Una puntura allo stomaco, ma è un attimo. Un braccio fuori. Dita che accarezzano il pavimento. Raggiungono il tappeto di spugna. Ci affondano dentro. Morbido. Le tubature che cantano e mi sorprendono nel silenzio. Il filo d’acqua. Tante gocce calde. Una di loro. Vorrei essere io. Bollente al centro, allungata. Quando arriva il gelo, una lacrima di freddo luminoso. Comunque perfetta. Una di loro. Vorrei essere io.
Bevo. Il calore si spande in bocca, sulle piaghe, regala sollievo. Inarco il collo, tasto il palato con il medio. Lo sfilo ed è rosso brillante, una striscia intorno come un anello di rubini. Sono una principessa, sono la regina dei ghiacci. Gocce calde e lacrima di gelo. Sputo e bevo e sputo di nuovo. Due denti ballano. Vorrei bere un fiume, il mare. L’acqua arriva ai fianchi. Chiudo il rubinetto. Mi raggomitolo nel brodo caldo e rosa. Il cervello galleggia. La mano si allunga verso il guanto di crine, a pochi centimetri e così lontano.
Sono sotto il cimitero, assieme al fuoco, ai ragazzi, alle ombre, ai capelli colorati, al fumo che sale e passa dai tombini della città. La terra si muove dietro di me, risponde al tatto, morbida e calda. Ho qualcuno alle spalle. Non devo girarmi. Ricordo un seminario all’università, mitologia classica, Orfeo ed Euridice. Lei avvelenata da un serpente, lui che scende agli inferi pur di riaverla. Rompe il patto con gli dei e nella salita verso la luce si volta per guardarla. Non può conoscere senza vedere, e senza conoscenza non esiste amore. Per colpa di Orfeo, Euridice viene rapita dalle tenebre, stavolta per sempre.
Il tepore si gonfia in vento da gallerie lontane, diventa mani e diventa dita che hanno paura di toccarmi. Dietro l’orecchio, tra la nuca e i primi capelli teneri, un suono si articola in voce. Dietro di me c’è Francesco, ne sono certa, Francesco, mi parli ma non capisco, la tua è un’altra lingua. Il soffio d’aria scalda e salva, il seno si riempie morbido, ne sento in gola la consistenza tenace e pastosa, le gambe si aprono senza essere costrette, non trattengono quello che sono pronte a offrire. L’ombelico raccoglie il sudore che va succhiato, passato da bocca a bocca, le mie labbra lo ricevono, le tue labbra si spostano e cercano. Assaggi le mie lacrime di piacere e per te non sono salate, le tue lacrime mi sfamano.
Qui non siamo all’inferno, qui non siamo nell’alto dei cieli, ma gli dei si prendono la loro vendetta e quando mi giro non vedo nulla, solo il cuscino con la federa e i suoi occhi di bottone. A pochi centimetri dal naso, le lenzuola spostate di fianco, il letto sporco d’inchiostro blu che mi dice rimani, non scappare, non andare via, neanche col pensiero e durante il sonno, non provare a tradirmi, restami fedele.
Lui unisce tre spilli. La telecamera è staccata. Fa girare attorno il filo da sarto per creare un’impugnatura, un supporto. Stringe tra pollice e indice. Immerge le punte in una tazzina di inchiostro blu. Ci ha spezzato dentro la cartuccia della stilografica. Mi fa girare di schiena. Si impegna tra spalla e scapola. Piccole scosse fini. L’inchiostro scivola sul dorso, freddo con la mia linfa tiepida. Lui sbuffa, impreca, non ha pazienza. I tre spilli graffiano appena o vanno troppo in profondità. Colpiscono un nervo sotto la cute e un muscolo del collo sobbalza in risposta. Lui decide di finire quando non ha finito. Si stende sul letto. Voleva filmare il risultato, ha cambiato idea. Conto fino a cento prima di raggiungere il bagno, controllarmi nello specchio. Una macchia, una voglia, un’imperfezione invece del fiore che aveva in mente. La cancellerò grattando e strofinando.
Le puttane venivano marchiate così: la sua voce confusa e assonnata.
Il commento non mi disturba. Un tatuaggio: controllo, regola, norma, disciplina. Non mi sarebbe dispiaciuto. Non ne è stato capace, un principiante annoiato o improvvisato. Usare me come tela me o altri è riservato a pochi. Non è successo niente. Ha lasciato perdere. Mi ha lasciata perdere.
Il palazzo è buio. Forzo il frigorifero e lo trovo pieno. Una sorpresa. In genere dentro non c’è quasi niente. Yogurt, insalata. Caffè. Mi ricordo della spesa ordinata da casa, non so quando. Un errore. Bustine, vasetti. Barattolini, tubetti. Scatolette. Tutti diminutivi o vezzeggiativi. Mangio, succhio, ingoio, mezzo pugno ficcato in gola a premere. In fretta, anche se chi era con me ormai se ne è andato. Quando mastico i grani di caffè e bevo il sugo delle olive, in bocca una colla pastosa e sulla lingua sapore di terra acida, capisco di essere arrivata alla fine. Mi calmo. Mi sono ingozzata, anche se ho riempito una minima parte. Dovrà bastare a lungo. Non basterà.
Voglio pulire gli schizzi per terra, ma un crampo me lo impedisce. Fisso indice e medio. Le dita non serviranno, lo stomaco impara svelto. Tutto passa attraverso il corpo. Ci sono premi e ci sono punizioni, non so esattamente in quale ordine. Mi passo il dorso della mano sul mento e scivolo in bagno.
Quando lui preme l’interruttore, io mi spengo. Aziona due fari potenti. La pelle mi tira, si fa tiepida. Gli occhi si arrossano. La gola è secca. Lui è un produttore televisivo, mi pare. Si diverte a riprendere, registrare, rivedere, ricombinare, in prima persona. Io non splendo più. Mi dice di voltarmi, piegarmi, girarmi. Come muovere mani e gambe, occhi e labbra, collo e bacino. Le scapole in fuori, le unghie fragili, la schiena da dinosauro, i capelli spezzati. La telecamera mi attira. Incisivi e canini di vetro, cicatrici slabbrate da angelo di cimitero segnato dai vandali, peli biondi e sottili sul ventre, le anche aguzze, le ginocchia di roccia, il culo all’aria, sempre piatto e secco, un capezzolo tra due dita, le mie, adunche e spellate, le cosce aperte e il sesso in evidenza, niente umori e secrezioni. Mi taglia e seziona, sceglie i particolari, li ingrandisce, li moltiplica, ne crea di nuovi, cambia il colore, modifica tonalità e temperatura, regola il contrasto, elimina i rumori, aggiunge musica, bilancia i rantoli, ottimizza i lamenti.
Pronuncio parole che non ho mai detto. Faccio quello che non ho mai fatto. Dopo il montaggio, dopo che mi fatto passare attraverso tante macchine, sono una bambina sintetica con la bocca a figa stuprata, l’urlo in una notte elettronica, un ermafrodito di gomma che si penetra con il suo pene, un’interferenza che attraversa il video, si ribella, sibila e muore.
Questo è il controllo che preferisce. Si asciuga il sudore e mi dice che sarei perfetta per la televisione. Magari non in prima serata, ma. Che sono così perfetta da sembrare finta. Mi mordo a sangue l’interno della guancia senza farci caso. O così finta da sembrare vera, è lo stesso.
Grazie.
A seguire Senza te non sono niente siete davvero in parecchi. Rispetto a qui, ancora cresciuti di numero. I trionfalismi mi danno fastidio, però, insomma, il vostro interesse e la vostra passione mi fanno piacere, eccome. E ci mancherebbe, e ci.
Qualche modo per ringraziarvi lo troverò.
Sono indietro con le e-mail, sorry, ma nessuna resterà inevasa, senza risposta. Promesso.
E, sì, visto che me lo chiedete in molti: il romanzo ha, avrà una fine. Tranquilli. Tra non molto, ma neppure così poco. E poi vedremo.
Statemi sani. Sopravvivete.
Salgo sulla bilancia e le labbra si allargano svelando i denti. Controllo attenta. L’ago è indietreggiato. Mi asciugo, mi ungo di crema buona e mi sposto in camera da letto.
Nel buio della stanza sono fosforescente. La pelle brilla. Mi tocco. Sono lucida e trasparente. Un manichino anatomico illuminato dall’interno. Il sangue che scorre come lava in vene e arterie. I cupi fasci di muscoli, brace sotto la cenere, le fibre nervose, elettriche di scintille. Il cuore e il fegato e i polmoni: meduse di luce. Le ossa, una per una, fiammiferi che non si consumano.
Dentro, sono sacra. Vorrei restare così. Bronzo fuso in un calco, bollente e ustionante, sorpreso nell’attimo prima di raffreddarsi e diventare statua. Un satellite di vulcani e ghiacci attorno a un pianeta. Autosufficiente. Eterna. Mi stendo sul materasso, le lenzuola una palla ai piedi del letto. Ci lascerò un’impronta bruciata, la sagoma del mio corpo, fosforo bianco e zolfo.