Quando arrivo alla porta di Francesco mi accorgo che è accostata. In città non succede mai, ma non ci penso e la spingo e la apro ed entro. Sono qui per una sciocchezza, con una scusa. Ho troppa nausea per stare ferma dentro casa e non riesco a vomitare. Il mio telefono è muto e stasera la luce brilla rossa, quasi violetta. L’ho notato dalla finestra e la vedo anche adesso. L’appartamento non è molto diverso dal mio, ma le pareti sono dipinte dai riflessi colorati. Cerco qualcuno che mi dia una spiegazione. La lampadina non è così potente, fissata in un angolo vicino a una tenda, ma dalla mia camera pareva una corona di fuoco. Accanto alla finestra c’è un divano. Mi sdraio. Alle pareti stampe e fotografie, persino del parco giochi dietro il condominio, ci andavo da piccola. La nausea sembra diminuire. Voglio alzarmi, ma sto già dormendo.
Nel sonno ricordo certi particolari che mi sono sempre ricordata di dimenticare, il pianto di bambina nel buio quando lappo come un cane obbediente le mie gocce di medicina dopo cena, la gola asciutta e la lingua di stoffa e l’acqua che non basta mai, le gambe che sembrano quelle di un altro, morte e distanti eppure pungono, nelle narici l’aria che sa di vecchio copertone, i pensieri che si accavallano, saltellano, accelerano e mai rallentano, la lezione a scuola ascoltata con mezzo orecchio e imparata con metà testa, la voce della maestra un verso di animale acuto e spaventoso, la mano che trema e la matita che balla la danza del diavolo, così dice quello di religione e un mio compagno si fa il segno della croce, il dottore che torna puntuale e sorride e assicura che va tutto bene, una normale reazione al farmaco, i miei genitori che gli sorridono a loro volta, persino andare in bagno diventa un problema, mi sforzo e tiro l’acqua e mi sforzo di nuovo, e Francesco che mi salva dalla medicina, allora non lo conoscevo neanche, però nel sonno Francesco è un bambino come me e mi afferra per mano e mi porta via da scuola e mi regala una fetta di pizza, di focaccia con i buchi luccicanti d’olio, è buona e la mangio in due bocconi anche se non ho fame e Francesco mi sfiora la fronte con le labbra e poi ce le appoggia e non le sposta neanche quando ci alziamo in volo sulla città, quando voliamo con ali rigide e soffici e atterriamo in un grande parco dei divertimenti e la folla si apre spaventata e passiamo dall’autoscontro con le macchine tozze come sigari alla giostra dei cavalli di legno con la criniera di gemme all’ottovolante con sette giri della morte per chi ha sette vite come noi al tunnel dell’orrore o dell’amore, in fondo che cosa cambia, dell’amore o dell’orrore, alla fine della corsa una strega sulla scopa di rami con le corna da cervo e gli occhi da volpe o una sirena ragazzina su una sedia di scoglio che si pettina le squame blu della coda e i lunghi capelli ornati di polpi, sono bellissime la strega e la sirena, Francesco non le nota neppure e ha ancora le labbra contro la mia fronte e le fa strisciare in basso e morde la parte tenera della bocca e non mi va, non da Francesco, e tanto è falso, è un’invenzione, non è mai capitato, non la fuga da scuola non il volo sulla città non il parco di divertimenti non le sue labbra sulla fronte, succede solo in questa casa e su questo divano, Francesco è chissà dove e non mi sta sognando, magari è sparito o svanito o persino morto, anche se mi sbagliassi non fa differenza, adesso sono qui ed è abbastanza.