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senza te non sono niente, 40

Poi la luce rossa muore. Dalla mia finestra lo vedo come un segnale, un avvertimento, mentre lui, mentre lui entra e vuole prendermi da dietro e io rifiuto il preservativo che mi offre. Paura delle malattie, ma nessuno pretende di vivere per sempre. Alla fine si convince, il nuovo candidato di un nuovo partito che ha commissionato un nuovo santino alla nuova casa editrice che apprezza la letteratura. Di vecchia qui ci sono solo io, anche se ho poco più di vent’anni. Lui mi preme il piede contro la guancia, la schiaccia, gigantesco sopra di me. L’unghia del suo alluce perfetto mi taglia la gengiva. Non so se viene, ma dopo un po’ se ne va. Non so quando, ma chiudo gli occhi. E poi, e poi non so, di nuovo non so, non so e non sono, non più, tra sbavature marroni sul cuscino.

senza te non sono niente, 39

Ritorno spesso nel suo appartamento. E’ sempre vuoto. Acqua nel frigorifero, portata da me. Quando è gelata, nella bottiglia brillano piume di ghiaccio, squame di una sirena che dorme sulla battigia. Mi solleticano la lingua, trillano come campanelle.
Dovrei fare domande, chiedere spiegazioni, ma non importa. Non tocco nulla, non spio, non frugo in giro. Vivo i resti di una vita che non è la mia e non è quella di qualcun altro. Non galleggio sopra di me, a volte succede, non mi vedo piccola dall’alto come dal fondo di un cannocchiale. La casa sconosciuta mi tiene salda e mi ospita.

senza te non sono niente, 38

Quando arrivo alla porta di Francesco mi accorgo che è accostata. In città non succede mai, ma non ci penso e la spingo e la apro ed entro. Sono qui per una sciocchezza, con una scusa. Ho troppa nausea per stare ferma dentro casa e non riesco a vomitare. Il mio telefono è muto e stasera la luce brilla rossa, quasi violetta. L’ho notato dalla finestra e la vedo anche adesso. L’appartamento non è molto diverso dal mio, ma le pareti sono dipinte dai riflessi colorati. Cerco qualcuno che mi dia una spiegazione. La lampadina non è così potente, fissata in un angolo vicino a una tenda, ma dalla mia camera pareva una corona di fuoco. Accanto alla finestra c’è un divano. Mi sdraio. Alle pareti stampe e fotografie, persino del parco giochi dietro il condominio, ci andavo da piccola. La nausea sembra diminuire. Voglio alzarmi, ma sto già dormendo.

Nel sonno ricordo certi particolari che mi sono sempre ricordata di dimenticare, il pianto di bambina nel buio quando lappo come un cane obbediente le mie gocce di medicina dopo cena, la gola asciutta e la lingua di stoffa e l’acqua che non basta mai, le gambe che sembrano quelle di un altro, morte e distanti eppure pungono, nelle narici l’aria che sa di vecchio copertone, i pensieri che si accavallano, saltellano, accelerano e mai rallentano, la lezione a scuola ascoltata con mezzo orecchio e imparata con metà testa, la voce della maestra un verso di animale acuto e spaventoso, la mano che trema e la matita che balla la danza del diavolo, così dice quello di religione e un mio compagno si fa il segno della croce, il dottore che torna puntuale e sorride e assicura che va tutto bene, una normale reazione al farmaco, i miei genitori che gli sorridono a loro volta, persino andare in bagno diventa un problema, mi sforzo e tiro l’acqua e mi sforzo di nuovo, e Francesco che mi salva dalla medicina, allora non lo conoscevo neanche, però nel sonno Francesco è un bambino come me e mi afferra per mano e mi porta via da scuola e mi regala una fetta di pizza, di focaccia con i buchi luccicanti d’olio, è buona e la mangio in due bocconi anche se non ho fame e Francesco mi sfiora la fronte con le labbra e poi ce le appoggia e non le sposta neanche quando ci alziamo in volo sulla città, quando voliamo con ali rigide e soffici e atterriamo in un grande parco dei divertimenti e la folla si apre spaventata e passiamo dall’autoscontro con le macchine tozze come sigari alla giostra dei cavalli di legno con la criniera di gemme all’ottovolante con sette giri della morte per chi ha sette vite come noi al tunnel dell’orrore o dell’amore, in fondo che cosa cambia, dell’amore o dell’orrore, alla fine della corsa una strega sulla scopa di rami con le corna da cervo e gli occhi da volpe o una sirena ragazzina su una sedia di scoglio che si pettina le squame blu della coda e i lunghi capelli ornati di polpi, sono bellissime la strega e la sirena, Francesco non le nota neppure e ha ancora le labbra contro la mia fronte e le fa strisciare in basso e morde la parte tenera della bocca e non mi va, non da Francesco, e tanto è falso, è un’invenzione, non è mai capitato, non la fuga da scuola non il volo sulla città non il parco di divertimenti non le sue labbra sulla fronte, succede solo in questa casa e su questo divano, Francesco è chissà dove e non mi sta sognando, magari è sparito o svanito o persino morto, anche se mi sbagliassi non fa differenza, adesso sono qui ed è abbastanza.

senza te non sono niente, 37

E’ giornata di festa e sono nella villetta dei miei.
La città sta diventando poco sicura, fa mio padre e mi appoggia una mano sulla spalla, ma non lo sento quasi. Mia madre è sul bordo della piscina costruita per sfuggire al mare. Nel mare ti puoi perdere, qui non ci sono neanche le onde, non ci sono granelli di sabbia che entrano negli occhi e che puoi incolpare quando scendono le lacrime.
Andiamo dentro, rinfresca, dice mio padre. Gli si obbedisce, noi donne.

senza te non sono niente, 36

Prima dell’uscita del quotidiano, prima di essere informata, sento lo spostamento d’aria. Il rumore di tempesta mi sveglia. I vetri si gonfiano, tremano impauriti. Il lampadario cigola: avanti e indietro, un pendolo. Il pavimento scricchiola, si riassesta, tace. Vengo poi a sapere che è stato fatto saltare un vicino supermercato, durante la notte. Carrelli per la spesa come fantasmi nel buio, roventi. Non ci sono vittime, si cercano i colpevoli, lo ripete anche la televisione. Che cosa sta succedendo? Chi ci sta attaccando? Perché?
In un letto stretto e comodo, gli innamorati non sentono e non si domandano nulla, dormono e si sognano, le ali ripiegate.
Stacco la televisione e non la riaccendo più.

marketing & libri & spazi da conquistare

Trovo su Critical Mass e diffondo volentieri, anche perché il post è firmato da Stewart O'Nan, uno tra i miei autori preferiti (da noi, purtroppo, ormai disponibile solo questo) e perché la sua analisi non mi sembra riguardare solo l'America, anzi. Su un paio di punti si potrà forse dissentire, ma il messaggio è limpido e urgente.
Per una traduzione che purtroppo non ho il tempo di fare, ricorrere al vecchio BabelFish (dai risultati a tratti esilaranti, ma che comunque suggerisce il senso generale dell'intervento).
I neretti sono miei. Take extra care.

For the literary novelist, it's not just that there are fewer column-inches out there. The real danger is that what little space is left is taken up by books which are marketing events rather than works in need of a thoughtful critique (Harry Potter, trendy political nonfiction, a celebrity author's latest) or by genre stuff that's essentially review-proof (chick-lit, true crime, mysteries, audiobooks). If you're not a hoary eminence or the new kooky flavor-of-the-month or a boring, important award winner, you're lucky to get any press at all. It's hard to blame book page editors, since they're simply echoing what the industry as a whole is doing, but for the serious writer, the crunch is on from both sides.

intervallo con chiudimi le labbra (ma non solo)

Chiudimi le labbra, il romanzo che non vuole morire, come ho già detto. E grazie al cielo. A questo proposito, l'ultima tornata di spillette è quasi finita. Non so se ne farò altre. Come al solito, per aggiudicarsele basta scrivermi. Semplicissimo.

E a parte i nuovi link in rete, una grande (anche se non dovrei dirlo io) recensione che Giulia ha fatto circolare e poi mi ha mandato. Arrossisco, as usual, e chi mi conosce di persona sa che è vero. Potete trovarla poco più sotto e se scriverete a Giulia le farete sicuramente piacere.

Domande e risposte: perché Senza te non sono niente sul tuo sito e a puntate? Mi sembrava di avere già risposto, ma forse questo interrogativo ne sottende un altro, appena appena paraculo e nelle intenzioni cattivello: non l'ha voluto proprio nessuno? Sinteticamente: dopo quasi trenta libri più vari racconti al mio attivo (30! madonna mia), sotto pseudonimo o meno, non ho più l'ansia della prima volta, la smania della pubblicazione cartacea a tutti i costi. Se le proposte degli editori non mi convincono preferisco lasciar perdere. Chiudere il dattiloscritto nel famoso cassetto e aspettare, forse addirittura dimenticarmene. Oppure diffonderlo in altro modo; qui, ad esempio, scelta neanche così stupida, almeno per chi legge e ha voglia di seguirmi, visto che da quando è in scena Senza te non sono niente i contatti singoli del sito sono più che triplicati. Non ho fretta. Non ho voglia di farmi il sangue cattivo per una decisione sbagliata. Magari ci perderò qualche soldo, almeno all'inizio, ma per il momento posso tirare avanti lo stesso, grazie. Intanto scrivo.
Più onesto di così, non riesco.

Colonna sonora di Senza te non sono niente, durante scrittura e riscrittura e (se così vi piace) lettura: dopo i Colt di un post precedente, KatieJane Garside nelle sue varie incarnazioni. Un salto sul mio blog di MySpace per video & altro. Ohp. Basta poco.

Buona lettura, adesso e dopo, qui e altrove.


Chiudimi le labbra

Pagine di diario silenziose come neve che sprigionano profumi ipnotici di sensualità delirante. “Chiudimi le labbra” di Giovanni Arduino è questo: il concentrato di un mondo in bilico tra sogno e realtà. Il mondo di Sissa e Martina srotolato in brevi pagine intessute di mistero dove le storie si interrompono in puntini di sospensione che nascondono paure. Sissa non ha un nome: la sua identità è la sua strana malattia. Martina un nome ce l’ ha ma è il suo corpo a non averlo. Un corpo ferito che ha bisogno del dolore per identificarsi dopo la fine di un amore e il suicidio del fratello. L’una smussata e inutile, l’altra sottile come lama per incidere cose orribili che crescono dentro, si incontrano in un centro medico. Lo stesso medico le cura, il medico che conosce i segreti di entrambe, della triste storia di Martina e del suicidio del fratello. Uno sguardo, un sorriso e non si lasciano più. Senza parlare, senza spiegare nulla come scandiscono le note di “Dont explain” di Billy Holiday che Martina canta in una colonna sonora senza fine. Insieme ma lontane, le due protagonista sono separate dall’incubo ricorrente di Martina che impedisce un contatto fisico tra le due. Contatto fisico ricercato spasmodicamente da Sissa, espresso in descrizioni di amplessi che coinvolgono carne , sensi e mente. Immagini che trasportano il lettore nelle atmosfere maladives di C. Baudelaire, in particolare in una poesia Femmes damnées, della raccolta poetica “Les Épaves” (i relitti) del 1866. Il poeta dedica una lirica al combattuto amore tra Delfina e Ippolita che ricalcano i tratti delle due protagoniste del libro. Delfina come Sissa, “superba forte bellezza”, cerca nell’occhio di Ippolita, “fragile bellezza” come Martina, “il muto canto che evoca il piacere”. La invita, offrendole i suoi “baci lievi come quelle efemere che sfiorano a sera i grandi laghi trasparenti”, a non concedere il “sacro olocausto della sue prime rose ai violenti soffi che potrebbero avvizzirle”, ai baci degli amanti che scaveranno “solchi come carri o vomeri strazianti” imprimendo stimmate e lividi nel suo seno vergine. Parole e inviti che Sissa non riesce a dire a Martina ma che sembrano tradurre il desiderio inappagato di baci e di carezze che le pulsa in fondo al petto e tra le gambe, impresso con delicata sensualità nelle pagine minimali del suo diario. Ippolita come Martina vive nel tormento e ha timore di abbandonarsi. Una teme perché “le precipitano addosso gravi spaventi e neri battaglioni di fantasmi sparsi” che vogliono portarla per “strade scoscese chiuse ovunque da un orizzonte sanguinante” . L’altra, Martina, è perseguitata da un sogno ricorrente di un uomo senza volto che le dice di non voltarsi a guardarlo altrimenti non si sa che succede e dai 4 ragazzi che la portano nella grotta per piegarla e spezzarla, aprirla e divaricarla, e scostarle a forza le labbra. Ma alla fine dopo silenzi, dopo i giorni che si sovrappongono nell’alternanza di luce bianca, rossa, gialla, marrone, nera e blu, dopo la morte dei giovani e l’arresto del medico sospettato di omicidio, le tensioni si allentano e le distanze si accorciano. Sissa scrive una lettera a Martina facendo sparire definitivamente i puntini di sospensione e il mondo comincia a cambiare tra piogge e sconvolgimenti atmosferici che sono metafora della trasformazione delle protagoniste. L’acqua le rende leggere e spazza via ogni impurità, la malattia, i pensieri cattivi e sbagliati. Come due battelli ebbri cominciano a percorrere la strada del loro amore e della loro identità. Finalmente l’acqua s’infiltra e lava i loro corpi “dalle macchie di vino bluastro e di vomito, disperdendo il timone e i rampini” delle loro paure . Finalmente nascono di nuovo immerse in un mondo che è finalmente loro, tra braccia allacciate, mani che percorrono i corpi dentro e fuori, e baci che chiudono le labbra diventando parole. Le parole che non si sono mai dette.

Giulia Marini

senza te non sono niente, 35

Finisco di mangiare con attenzione e disciplina. L’unica disciplina che ho. Salgo sulla bilancia ed è l’unico vero sorriso che mostro. Così sto bene, l’unico bene che conosco. Bastano uno yogurt rosa o un caffè a pranzo e un ciuffo di erba a cena. A volte una compressa di lassativo, dolce di zucchero, il mio fisico va educato. Quando c’è la fame, arriva l’acqua. Gonfia e riempie, sono riuscita a capirlo. Se mi sento male, vomito.
Non è diverso da scalare una montagna o scavare una voragine. E’ bello avere il controllo di qualcosa, di questo corpo che vegeta fangoso o che oscilla senza zavorre.

Butto nel cestino le foglie verdi rugose. Accendo e appoggio una candela sul davanzale. Una luce per la luce: quella mia, quella della finestra di fronte. Luce in cambio di luce. Cera bianca, la sollevo, lascio che goccioli liquida sull’avambraccio. Mi ricopre e mi protegge. Sono ferma e mai sceglierei di muovermi.
Il mio braccio è marmo. Aspetto e poi con uno sforzo lo abbandono sul cuscino. Poso la candela. Lo tocco con l’indice dell’altra mano, un suono vuoto e rassicurante. Nessuno pretende nulla da una lastra di pietra. La pelle resta sotto. A cingerla un cammino di bolle tonde che in pace ascolto sollevarsi.

senza te non sono niente, 34

A una cena in una casa stipata e sudata, crollo. Non ci sono, non ci ero abituata. Zoppico fuori. Lo nota solo lui, uno della nuova casa editrice, non so chi, forse uno scrittore. Mi segue. Mi offre un passaggio fino a casa. Entrambi senza casco, io che mi reggo a fatica alle sue spalle. Se mi lasciasse andare, se ne accorgerebbe dopo chilometri. Sono leggera e senza importanza. Nell’androne parla e straparla, si dimena e si agita, la lingua si muove in fretta e rapida, alla fine anche nella mia bocca e in mezzo alle gambe quando siamo di sopra. E’ ruvida e mi brucia dentro. Mi lascia sola con un dolore vago che non posso nemmeno prendere e fare mio. Sfrego i piedi sotto le lenzuola fino a consumarli. Il mattino dopo scopro due piaghe. Ci verso sopra l’acqua ossigenata come da una fontana. Le piaghe scoppiano, il siero scende spesso.

senza te non sono niente, 33

L’ufficio è ancora più piccolo. La casa editrice è cambiata. Sono stata presa e trasportata, anche se mi sono mossa io. Mi programmo e vengo programmata.
Qui è diverso, diversi i libri, diversi i colleghi. Si parla molto, ci si muove tanto, si pensa e si riflette. Si legge ancora meno. Correggo bozze bagnate d’inchiostro, a mano, le tastiere sono lente. Invece della macchinetta c’è una caffettiera e un collega si torchia una sigaretta mentre riempio una tazza fino all’orlo. E’ il mio pranzo di oggi. Mi informa che ho fatto bene ad andarmene, che gli altri erano dei mascalzoni, degli improvvisati, che qui si ama la letteratura, non esiste burocrazia, non si è parte di una multinazionale. Che i giornalisti sono amici, intellettuali, che le riunioni iniziano o continuano al ristorante e che c’è una sede oltreoceano per essere sempre informati.
La sigaretta sfrigola e copre le parole. Un minuscolo tizzone cade sulla felpa e segna un neo, una O triste, una bocca spalancata, bruciata, che chiede perdono. Sembra non accorgersene. Quello con la felpa era un compagno del candidato. Quando mi si avvicina alle labbra con il mento, mi chiedo se senta l’odore dello sperma dell’altro. Forse no, dopo tante passate di dentifricio. Forse no, con il fumo che circonda e stordisce.