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senza te non sono niente, 12

Senzatenonsononiente3 Mi sento calda. Devo avere la febbre. Strano. Non succede mai. Le dita giocano sul banco. Il professore non c’è. Ci hanno detto che starà via a lungo. Il supplente legge in latino e mi guarda come se mi conoscesse. Sposto gli occhi dalle dita alla lavagna. Sopra c’è scritto: SIAMO ALLA FINE! IL LICEO SI LICENZIA! Mi concentro sul nero finché ogni traccia di gesso scompare. Le dita sono screpolate, tagliate, lese. Devo usare più crema idratante. Dietro di me, uno ripete chiedo scusa ti chiedo scusa ti chiedo scusa scusa scusa scusa. Mi volto. Ha la faccia contro il banco, lo tengono fermo in tre. Ritagli di frasi: ha usato; il mio cellulare; senza chiedere; il permesso. Io non ce l’ho un cellulare. Un telefono senza fili ti dovrebbe tenere unito a qualcuno?
A quello di dietro devono aver spaccato il naso. Si vede anche un pezzo di cartilagine in fondo a una narice. O almeno mi sembra, è bianco, simile a un osso di pollo. Adesso urla e non si ferma. Mi giro verso la lavagna, l’osso mi ha affascinato, eccitato, dentro siamo così: semplici, candidi. Il supplente ha smesso di leggere ma non interviene, mi squadra, non si muove ma è interessato. E’ interessato a me, distaccato e superiore.
Voglio andarmene. Voglio avvisare Giulia, due file più in là, e fuggire via. Non mi sento bene. Ho la febbre. Non si sta così se non si ha la febbre.
Nessuno urla più.

senza te non sono niente, 11

Senzatenonsononiente3Giulia alza il volume dello stereo. Bacia un compagno di liceo, uno con i capelli lunghi, uno diverso dalla scorsa settimana. Li cambia in fretta, almeno mi pare. E’ sicura, decisa, ha appena preso patente e macchina, veloce, colorata. In soggiorno si balla e si fuma. Apro la finestra che porta in giardino. Nessuno mi segue. Lo scatto della serratura viene divorato dalla musica. Il prato è chiazzato di giallo. In certi angoli la brina non si è ancora sciolta. Un ciliegio buca nuvole molli con rami coperti di muffa. Non ci sono altre piante. Un cerchio scuro si apre dove qualcuno deve aver acceso un fuoco. Annuso vecchio odore di carne grigliata, di grasso. Deglutisco amaro. Il carbone si attacca alle suole delle scarpe. Le pulisco contro un mattone abbandonato, il pensiero dello sporco mi dà fastidio. Un muro di pietra e calce mi blocca come un grande punto. Punto e basta. Mi piacerebbe guardare oltre, ma è troppo alto e in cima sono piantati steli di ferro ricurvo. Per tenere lontani i corvi, per uccidere il curioso che provi a scavalcarlo.
Rientro nella villa. La canzone non è la stessa, la luce è spenta, sento ansimare. Raggiungo la cucina, nella penombra tutti sono uguali a tutti. I genitori di Giulia sono via, divorziati da anni. Sul tavolo fette di pane, lattine di sugo, bottiglie vuote. Su una mensola, il barattolo dello zucchero. Ci infilo dentro l’indice e assaggio, non una sola volta. La mamma di un’amica delle elementari lo mescolava all’acqua e al limone. Ne bevevo grandi bicchieri con fette gialle infilate sul bordo, buonissimi, mi confortavano e mi mettevano allegria.
Spesso i ricordi sono stupidi. Torno nella sala, la bocca che deve essere dolce, così dolce, anche se io non me ne accorgo, forse toccherà scoprirlo ad altri. Un ragazzo mi si avvicina, non voglio notarlo anche se mi controlla con tenerezza, quasi mi si appoggia addosso con grazia.

intervallo con domande & risposte

Sì, Senza te non sono niente l'ho scritto io (e in parte lo sto ancora scrivendo).
Sì, viene pubblicato (virgolette più o meno grandi a seconda della vostra concezione dell'editoria e della rete) per la prima volta qui.
Sì, lo stanno seguendo in parecchi, e ringrazio i parecchi (però, a chi l'ha chiesto, un sano echettefrega).
Sì, proseguirà  fino alla fine senza troppe interruzioni (e con una cadenza di circa quattro capitoli a settimana).
Sì, potete abbonarvi al mio feed (vedi anche in fondo alla colonna a sinistra).
Sì, potete citarne brani a volontà, su weblog/siti/forum/mailing list/eccetera; basta che non li modifichiate e indichiate sempre titolo e autore, con un link possibilmente attivo al mio sito (http://www.giovanniarduino.com); in caso di dubbi o particolari richieste, scrivetemi.
Sì, potete stamparlo e diffonderlo, rigorosamente non a scopo di lucro (e seguendo le regole riportate sopra).
Sì, conosco l'esistenza delle licenze Creative Commons (ma al momento per vari motivi non voglio servirmene).
Sì, come al solito ci saranno sorprese (probabilmente più in là).
Sì, Senza te non sono niente ha una sua colonna sonora (l'ha avuta, la sta avendo durante la stesura e ce l'ha anche per voi); primi pezzi quelli dei Colt, tenerissimi e feroci, da ascoltare.
Sì, è autobiografico (ma come tutto quello che scrivo e nel senso che intende anche Chiara di The Bell Jar in questo bellissimo pezzo).
No, per il momento non ho intenzione di pubblicarlo in volume (si vedrà).
No, per il momento non ho intenzione di diffonderlo in un file unico (si vedrà anche questo).
No, non ho comunque intenzione di trasformarlo in un esperimento ipertestuale (ma per favore).
No, non so perchè proprio in rete (no, davvero).
No, per l'occasione non attiverò i commenti (le e-mail inviate al mio indirizzo trovano comunque risposta, sempre).
No, il titolo non arriva necessariamente da un pezzo dei Placebo (Whithout You I'm Nothing, per la cronaca).

No, non avrei finito (ma ci saranno altre opportunità, altre lettere, altre domande).
Pace e bene.
Buon proseguimento di lettura e statemi sani.

senza te non sono niente, 10

Senzatenonsononiente2Giulia e un suo ragazzo, un suo fidanzato, uno delle medie che abbiamo finito da poco. Litigano di fronte a me. Non si tengono per mano, alzano la voce. Le loro ombre si staccano dai piedi, si scollano come carta da parati. Dovrebbero ricucirle, riattaccarle, e invece nemmeno si accorgono che se ne stanno andando. Le loro ombre cresceranno in una piccola casa ombra e si scambieranno dolci baci ombra e avranno tanti figli ombra e moriranno la bella morte delle ombre, nel buio di una sera. La mia c’è ancora, lunga sul marciapiede, quelle dei miei genitori le ho spiate sul muro della camera da letto. Sembra impossibile che non ci abbiano abbandonati, scrollati di dosso come un carico inutile, lasciandosi impigliare dai rami di un albero o da un giro di filo spinato, per formare da sole una nuova famiglia dove i baci si danno e si ricevono.
E’ senza peso e forte e potente, l’amore delle ombre.

senza te non sono niente, 9

SenzatenonsononienteSfilo dalla libreria il dizionario enciclopedico. Mi capita spesso. Per curiosità, credo. Giulia fa capolino da dietro le spalle. Si annoia ma sopporta. Con me è gentile. E’ nella mia stessa sezione. Cerco un termine che non conosco. L’ho letto sul foglio della medicina, sotto il paragrafo degli effetti indesiderati. Ormai non la prendo da mesi e mesi, ma la parola mi è rimasta in mente, mentre altre sono scomparse. Prosopagnosia. E’ difficile. La sillabo. Pro-so-pa-gno-si-a. Trovo la pagina e leggo per entrambe. Significa confondere le facce delle persone. Seguo le righe con il dito. Nei casi più gravi, si fa fatica anche a riconoscere una voce o se stessi. Un disturbo della funzione del ricordo, talvolta reversibile, più o meno grave, intermittente. Non mi è molto chiaro e il seguito lo è ancora meno. Tu però sai chi sono, dice Giulia. Ha ragione, anche se spesso dimentico pezzi della lezione di musica e mi sforzo e mi concentro e gli occhi diventano sfere di vetro grezzo nelle orbite tenere. Chiudo il libro, lo rimetto a posto, non ci penso più. Elimino. E’ facile. Esco con Giulia, vuole comperare una gonna molto corta. Per farsi guardare, ammirare.
In fondo siamo belle alte, dice lei, per la nostra età, per due ragazze della seconda B.

senza te non sono niente, 8

Senzatenonsononiente2Torno in classe, ultimi mesi di una quinta elementare che quasi non ho visto. Le compagne sembrano diverse e due di loro non vogliono più giocare con me. Durante la mia assenza, la maestra ha spiegato che sono malata e forse contagiosa.

La memoria diventa una gomma e insieme una lente, cancella e ingrandisce. Il tempo si allunga e si accorcia, si attorciglia e si spezza e resta così. Il medico sorride e dice che la colpa non sta nel rimedio.

Le gocce continuano per più di un anno e poi finiscono. Hanno il sapore di mele rosse con la buccia amara. Finisce anche la tenda fatta di lenzuola. Preparo molte crostate, che non mangio.

senza te non sono niente, 7

SenzatenonsononienteOggi sembra primavera o estate. I mesi non sono quelli, ma il sole è bollente e non vado a scuola. Sono sul letto. Ci sto da giorni. Le lenzuola sono una tenda, come al campeggio. Qui sotto mi sento al sicuro. Sbuco con la testa quando qualcuno entra in camera e sorride. So che è un dottore e che l’hanno chiamato i miei genitori. Conta i battiti del cuore, controlla gli occhi, colpisce ginocchia e gomiti con il taglio della mano, mi abbassa la lingua con un cucchiaio del servizio d’argento che io accolgo fino in fondo alla gola. Mi chiede se sono triste, io gli rispondo di no, che penso di no. Il dottore schiocca le labbra e respira a fondo. Mi dà trenta gocce da prendere al mattino e trenta alla sera. Quaranta sono per i grandi, spiega, sempre sorridendo.
Prima di cena mia madre mi dice che ho già una faccia diversa, grazie alla medicina. Io ho la testa che pesa sulle spalle, la schiena una molla rotta, ma mi alzo dal letto e l’aiuto a fare una crostata.

senza te non sono niente, 6

Senzatenonsononiente2Una mattina mi specchio. Sono piccola. Giusta per questa casa. So che crescerò. Prenderò peso. Avrò mammelle da mucca, fianchi larghi, cosce grasse, caviglie gonfie, ventre tondo. Enorme. Diventerò enorme. La casa mi starà stretta, si strapperà e scucirà come un abito vecchio, consumato. Questa casa, lo studio di mio padre e la cucina di mia madre e il salotto per le amiche e il mio nascondiglio per fare finta di non essere vista anche quando non mi vedono davvero.
Non voglio che succeda. Non voglio sprofondare attraverso il pavimento, uscire con un braccio molle e gigantesco attraverso la finestra, strizzarmi per entrare nelle stanze. Prego Dio, non lo conosco ma lo prego; Dio, Dio mio, fai che non succeda, Dio, Dio mio.

senza te non sono niente, 5

Senzatenonsononiente2Non faccio brutti sogni ma da un po’ mi sveglio sperduta e impaurita. Controllo dentro l’armadio e sotto il letto. I mostri non arrivano se non hanno il tuo indirizzo. Oppure vengono lo stesso. Chiedo ai miei genitori se posso spostarmi da loro. Sono così distanti l’uno dall’altro, con le lenzuola bianche, stirate, senza pieghe. Non occuperei molto spazio, sdraiata nel mezzo. Per una volta mi concedono il permesso. La mattina dopo dicono che mi sono agitata, che ho scalciato, che ho lanciato un urlo, uno solo. Li ho disturbati. Mio padre si sveglia presto per andare a lavorare, mia madre deve uscire per la spesa: hanno bisogno di riposo. Non possiamo più dormire insieme. Forse mangi troppo, fa mio padre, e vai a letto con il peso sullo stomaco. Oppure ti comporti da bambina cattiva e i rimorsi vengono a prenderti di notte. Ci penso mentre mi preparo per la scuola e scordo di fare colazione. Non mangio troppo. Forse sono davvero cattiva. Ho capito perché si chiamano rimorsi, senza cercare sul dizionario e sull’enciclopedia. Rimorsi perché mordono e ti portano via i pezzi.

senza te non sono niente, 4

Senzatenonsononiente2 Ho nove anni, e per un po’ smetto di contarli.
Un uomo alto con la faccia colorata di bianco affonda il braccio in un sacco. Non parla. Ha le bretelle a strisce e un lungo vestito nero con la coda. Sa di cucina e di pepe e di roba da mangiare. Lo guardo dal basso assieme agli altri, seduti sul marciapiede della città. Tira fuori tre palloncini. Ci soffia dentro, li stringe, li gira, li unisce, finché non diventano un uccello. Non manca niente: il becco, le zampe, le ali. Lo passa al pubblico. Una bambina vicino a me lo afferra e sorride. Ripete veloce gli stessi movimenti e nascono un cane, un gatto, un serpente. L’ultimo scompare e riappare, da un palmo all’altro, striscia fuori da una manica, si nasconde tra le bretelle e la camicia larga.
Mi piacciono i gesti eleganti delle sue mani, il rumore della gomma che viene sfregata, gli animali elastici e lucidi. Sento un gonfiore tra le gambe, un palloncino grande come una mora tra rami spinosi, ma non voglio toccarlo. L’uomo alto con le bretelle può piegarmi, legarmi, cambiarmi. Farmi sparire. Dopo gli applausi si allontana lungo la via, con la sua piccola valigia e i pochi soldi raccolti in giro. Non ho il tempo e il coraggio di parlargli.

A casa di una mia compagna usiamo le vaschette dei colori ad acqua. Il bianco, il rosso per il naso, sperando che la magia sia solo nel trucco, ma non è così e restiamo a fissarci, da sole. I palloni ci rimbalzano attorno, il viso e le mani gocciolano. Siamo convinte di aver sbagliato anche se non sappiamo in cosa, non lo sappiamo, la gomma rimane gomma silenziosa e presto si fa sera e viene il momento di lavarci. La mia compagna cerca di consolarmi e mi tocca il naso con labbra che odorano di sapone alla vaniglia.