senza te non sono niente, 12
Mi sento calda. Devo avere la febbre. Strano. Non succede mai. Le dita giocano sul banco. Il professore non c’è. Ci hanno detto che starà via a lungo. Il supplente legge in latino e mi guarda come se mi conoscesse. Sposto gli occhi dalle dita alla lavagna. Sopra c’è scritto: SIAMO ALLA FINE! IL LICEO SI LICENZIA! Mi concentro sul nero finché ogni traccia di gesso scompare. Le dita sono screpolate, tagliate, lese. Devo usare più crema idratante. Dietro di me, uno ripete chiedo scusa ti chiedo scusa ti chiedo scusa scusa scusa scusa. Mi volto. Ha la faccia contro il banco, lo tengono fermo in tre. Ritagli di frasi: ha usato; il mio cellulare; senza chiedere; il permesso. Io non ce l’ho un cellulare. Un telefono senza fili ti dovrebbe tenere unito a qualcuno?
A quello di dietro devono aver spaccato il naso. Si vede anche un pezzo di cartilagine in fondo a una narice. O almeno mi sembra, è bianco, simile a un osso di pollo. Adesso urla e non si ferma. Mi giro verso la lavagna, l’osso mi ha affascinato, eccitato, dentro siamo così: semplici, candidi. Il supplente ha smesso di leggere ma non interviene, mi squadra, non si muove ma è interessato. E’ interessato a me, distaccato e superiore.
Voglio andarmene. Voglio avvisare Giulia, due file più in là, e fuggire via. Non mi sento bene. Ho la febbre. Non si sta così se non si ha la febbre.
Nessuno urla più.


Giulia e un suo ragazzo, un suo fidanzato, uno delle medie che abbiamo finito da poco. Litigano di fronte a me. Non si tengono per mano, alzano la voce. Le loro ombre si staccano dai piedi, si scollano come carta da parati. Dovrebbero ricucirle, riattaccarle, e invece nemmeno si accorgono che se ne stanno andando. Le loro ombre cresceranno in una piccola casa ombra e si scambieranno dolci baci ombra e avranno tanti figli ombra e moriranno la bella morte delle ombre, nel buio di una sera. La mia c’è ancora, lunga sul marciapiede, quelle dei miei genitori le ho spiate sul muro della camera da letto. Sembra impossibile che non ci abbiano abbandonati, scrollati di dosso come un carico inutile, lasciandosi impigliare dai rami di un albero o da un giro di filo spinato, per formare da sole una nuova famiglia dove i baci si danno e si ricevono.
Sfilo dalla libreria il dizionario enciclopedico. Mi capita spesso. Per curiosità, credo. Giulia fa capolino da dietro le spalle. Si annoia ma sopporta. Con me è gentile. E’ nella mia stessa sezione. Cerco un termine che non conosco. L’ho letto sul foglio della medicina, sotto il paragrafo degli effetti indesiderati. Ormai non la prendo da mesi e mesi, ma la parola mi è rimasta in mente, mentre altre sono scomparse. Prosopagnosia. E’ difficile. La sillabo. Pro-so-pa-gno-si-a. Trovo la pagina e leggo per entrambe. Significa confondere le facce delle persone. Seguo le righe con il dito. Nei casi più gravi, si fa fatica anche a riconoscere una voce o se stessi. Un disturbo della funzione del ricordo, talvolta reversibile, più o meno grave, intermittente. Non mi è molto chiaro e il seguito lo è ancora meno. Tu però sai chi sono, dice Giulia. Ha ragione, anche se spesso dimentico pezzi della lezione di musica e mi sforzo e mi concentro e gli occhi diventano sfere di vetro grezzo nelle orbite tenere. Chiudo il libro, lo rimetto a posto, non ci penso più. Elimino. E’ facile. Esco con Giulia, vuole comperare una gonna molto corta. Per farsi guardare, ammirare.