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so fucked I can’t believe it

Dinosaur_jr
Da TorinoSette, supplemento del venerdì de La Stampa.
Per gli aficionados dei miei pezzulli, due al prezzo di uno.
Il secondo è un pelo datato, lo so, ma me ne ero scordato (rima). Di questo come probabilmente di molto altro. Chiedete e forse vi sarà dato. Statemi sani.


IL RITORNO DEL DINOSAURO
Ieri notte ho fatto un sogno. Nel sogno veniva a trovarmi John Mascis. John, J, il capintesta dei Dinosaur Jr, alto ma ingobbito, chioma lunga ma rada, cappellino portato orgogliosamente con la visiera sul davanti, non di traverso da scemo o calzato al contrario da rapper vecchia scuola. John, J, lui, insomma, piangeva. Si disperava.
“Non capisco”, frignava, “perché adesso i miei concerti siano zeppi di ragazzini con le magliette di due misure in meno e le Converse color puffo. Gli indie boys. I fighetti della musica indipendente. Io non sono mai stato un art rocker. Io non mi sono mai dato arie. Non sono un intellettuale alla Sonic Youth. Ho iniziato nei primi Ottanta a sedici anni, alla batteria in gruppo mezzo punk e mezzo metal. Persino il nome della band era figo: Deep Wound, ferita profonda. Poi ho capito che con la chitarra si può fare più rumore. Ecco. Il rumore di Neil Young, per dire. Un grande, Neal. O dei Led Zep. Ho continuato così anche con i Mogo e con i Dinosaur, poi Dinosaur Jr., perché un idiota ci ha costretto a cambiare nome minacciando una causa. Da dove sono arrivati gli indie boys? E’ stata colpa dei Nirvana? Non penso, Kurt mi voleva bene, raccontava che mi aveva sempre ascoltato, che lo avevo ispirato. Ispirato il re del grunge, buon Dio. Deve averli portati Lou Barlow, adesso suona di nuovo con me, ma quando era con i Sebadoh, sì, ecco, Lou se la tirava, se la tirava alla grande.”
Nel sogno lo stavo ad ascoltare immobile finché (puf!) non arrivava John Bonham dei Led Zeppelin (nientemeno) che lo invitava a farsi una Budweiser. Tossicchiava un po’, John Bonham. Niente vodka, giusto una birra, diceva. Bella gelata. Giù d’un fiato e rutto finale. J sembrava contento, smetteva di lagnarsi e mimava svisate di chitarrona e botte da orbi sul rullante. Cercavo di seguirlo, ma i contorni diventavano sfocati, meno netti. Ricordo a malapena un esercito di scarpe da ginnastica color puffo che marciavano da sole, impavide, come le scope di saggina in Fantasia di Walt Disney, e io le pestavo manco fossero state scarafaggi. In un sogno tutte le regole sono valide perché non ne esiste nessuna. Non so quando mi sono svegliato, ma ho ringraziato il cielo che ai piedi del letto ci fossero i miei anfibi da mezzo punkettone e nulla di più.


I’M ONLY NUMANOID
Gary Numan, il Numanoide. L’androide, the Numanoid. Lo chiamavano così e si chiamavano così i suoi fan della prima ora e la targhetta è rimasta incollata addosso peggio che con il cianoacrilato. Da quando si era messo a fare musica elettronica a fine Settanta/ inizio anni Ottanta con i suoi Tubeway Army, a cantare con il vocoder, con la voce distorta e metallica da robot del pop rock, a imbracciare il sintetizzatore come chitarrona elettrica.
Poi la fortuna delle prime hit da solista si è persa per strada, i debiti e qualche stravizio hanno fatto valanga e Numan ha provato frenetico a reinventarsi in decine di occasioni, proponendo una nuova immagine (con e senza trucco pesante o mascheroni, con e senza visiera a specchio, con e senza strizzatissime tutine in ecopelle) e modificando la proposta musicale (con e senza il rock-duretto-ma-non troppo, con e senza il glam post-Marc Bolan, con e senza l’europop da balera o galera), ma per la resurrezione e la riscoperta gli è toccato attendere la decade successiva e il revival che questa si è portata dietro. Ovvero, non appena Trent Reznor dei Nine Inch Nails decretò che Gary Numan è un pilastro, “un pioniere dell’elettronica da classifica”, e tutti o quasi a fargli coro, da Marilyn Manson a Dave Grohl ai Basement Jaxx ai Depeche Mode ai Fear Factory a Moby a Tricky, sprecatisi in salamelecchi e in genuflessioni e in cover e in remix e in album tributo.
Al di là di tutto, oltre le colonne sonore per film culto e i duetti celebri, Numan probabilmente è rimasto Gary Anthony Webb (il suo vero nome), il bambino autistico della provincia inglese che sognava astronavi aliene e duelli stellari, l’adolescente che desiderava essere fatto di bulloni e di circuiti integrati, sicuramente invecchiato, forse più cupo, più (vogliamo davvero dirlo?) gotico e industriale, ma con i suoi occhioni dal colore indefinibile spalancati in un eterno, infinito, terrorizzato stupore.

feeling so good

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Tocopherol
by Lowlife
(thanks to Scott Heim)

i could no more save it now
than i could when i wanted to
i would no more save it now
than i did when i wanted to
finally free and heading for the sea
finally free and heading out to sea


you reached deep within me
and took a hold of my gut
and held it ever so tightly
til it burst
so now my chest is empty
and i feel cold

you could no more save me now
than you did when you wanted to
you would no more save me now
than you did when i wanted you to

i reached deep within you
and took a grip of your gut
and held it ever so lightly
til it burst

and now your head is empty
and i feel cold
i take my medication
and i feel good
i reached deep within you
and took a hold of your heart
and held it ever so lightly

so all i do is take my
take my medication
feeling
feeling good
feeling so good

fiera del libro di torino, maggio 2006

Meglio di tante parole.

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