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notizie fredde (tre sotto zero)

Brividi, e poi.
Ho aggiornato il mio photo album, images (titolo originalissimo): dategli un'occhiata.
Ho risolto il problema avvicendamento links con de.licio.us (colonna alla vostra sinistra, in fondo). linky love si trasformerà in non so che.
Ho apprezzato l'uscita in Italia, grazie a Terre di Mezzo, di Mi chiedo quando ti mancherò di Amanda Davis, bel romanzo da autrice quanto mai sfortunata. Leggetelo, se vi capita.
Sono stato preso dalla scrittura del mio nuovo romanzo (chissà come andrà a finire).
Mi sono dimenticato di postare pezzullo comparso su La Stampa/TorinoSette a proposito dei Not Moving: nostalgia, nostalgia a pacchi.
E ciao.

IL BREVE, LUNGO VIAGGIO DEI NOT MOVING

I Not Moving suonavano e ci arrivavi con il treno o assieme al ripetente storico simpatico che aveva la macchina, aveva l’auto, perché d’accordo le Ferrovie dello Stato, ché allora si chiamavano ancora così, sempre benedette soprattutto quando non si pagava il biglietto barricandosi nei cessi o saltando di carrozza in carrozza, ma il vero dramma (solo che non diceva vero dramma) era che i Not Moving sceglievano sempre posti sperdutissimi (solo che non si diceva sperdutissimi) e dalla stazione al concerto, al pub, al bar, al circolo, alla fabbrica in disuso, al giardinetto comunale era un macello, se non avevi la macchina perlustravi a piedi la provincia buia e nemica, ti perdevi e tornavi indietro e imprecavi e speravi in un passaggio improbabile, ma quando arrivavi e se arrivavi, se la fotocopia giallina sbiadita formato A4 non indicava un giorno o un posto sbagliato, Bra come Cigliano o ieri come domani come il quattordici febbraio invece del tre marzo, allora li trovavi e ti trovavi con altri che aspettavano, cinque dieci minuti oppure un’eternità, e poi loro attaccavano e ti sentivi al centro di un cuore, i Not Moving e un fritto misto di psycho e rockabilly e garage punk e psichedelia e surf e Gun Club e X e Stones che ti saziava e gradevolmente appesantiva, con il batterista Tony Face dei Chelsea Hotel, nome storico, proprio l’albergo maledetto di New York, e il chitarrista Dome La Muerte, chi se lo dimentica un nome così, e capivi che loro non sarebbero mai diventati i Litfiba o i Timoria e per questo ti piacevano di più e ancora di più, erano lì solo per te e solo per pochi credenti, che non erano e non eravamo snobboni (al massimo snobbati), non indie (al massimo idioti), non nerd (al massimo sfigati), e adesso che i Not Moving stanno per tornare, anche se per poco, con il box cd/dvd dei venticinque anni di una carriera a singhiozzo (gran festa l’undici novembre al Sound Factory di Torino, corso Vigevano 33/U, dieci di sera), senti che di quel culto e di quelle messe e di quei viaggi non ti sono rimaste nei polmoni e nelle ossa solo la fatica, solo il freddo, solo la foschia.

così lontano, così vicino

Chiudimilelabbranellostagnodifuoco


Scusate la fretta, ma qui si va rapidi, almeno in questi giorni.

Napoli, dal Corriere del Mezzogiorno di mercoledì 16 novembre, trascritto da chi-so-io (e thanks per le foto)

Alla Fnac il romanzo storico e la favola dark di due giovani autori torinesi
NADIR - ARDUINO, NARRATORI A CONFRONTO
di Olimpia Rescigno

Due giovani autori torinesi scelgono Napoli per un incontro-scontro sui loro diversi stili letterari. Stasera alle 18 alla Fnac, Daniele nadir e Giovanni Arduino parleranno dei loro libri partendo dalla differenza più visibile: un grande romanzo storico per Nadir (Lo Stagno di Fuoco, Sperling & Kupfer), una breve favola onirica per Arduino (Chiudimi Le Labbra, Lain Books).
"L'idea - spiega Arduino - è nata perchè ci siamo trovati a scrivere due libri molto diversi quasi in contemporanea. Si è iniziato a scherzare su questa cosa e abbiamo pensato di farne un dibattito".
Nadir propone un romanzo sugli ultimi giorni del mondo dopo il giudizio universale (in un intreccio di fantasia e intreccio storico, si narra dell'umanità che non si rassegna alla dannazione), Arduino un racconto dark sull'impossibilità di sopportare il carico enorme della realtà (con una delle due protagoniste affetta da una strana intolleranza al sovraccarico delle informazioni provenienti dal mondo). Nonostante le evidenti differenze, entrambi sembrano percorrere la strada dell'onirico e del surreale. Le due protagoniste del libro di Arduino, in particolare, sembrano voler vivere fuori dalla realtà. "Più che una volontà - precisa Arduino - parlerei di una necessità che nasce dallo star male".
Quella della fuga dalla realtà può essere letta come la necessità di una generazione? "Ne' Nadir ne' io abbiamo mai scritto romanzi scopertamente generazionali - continua lo scrittore-. Questi due in particolare risultano strani rispetto al panorama nazionale. Mi sono arrivate molte e-mail su Chiudimi le labbra e i mittenti erano diversi per età ed esperienze, ma erano accomunati da un'unica cosa: il disagio". La letteratura italiana pare non riuscire ad essere un veicolo di comunicazione per questo disagio. "Nel nostro paese - aggiunge Arduino - c'è il romanzo massimalista, grosso e il romanzo che del disagio racconta però problematiche più contingenti. La letteratura americana e anglosassone, in particolare il romanzo per ragazzi, riesce invece a parlare di un disagio universale che è ben diverso. In Italia il romanzo per ragazzi è sempre didascalico o didattico: manca la capacità di affrontare certi temi in modo piano, tranquillo". Il panorama culturale torinese sembra molto in fermento: come appare ad un giovane scrittore di Torino la realtà di Napoli "A Torino chi fa qualcosa e si impegna, in genre riesce ad emergere, almeno nei canali cittadini. Ci sono autori come Giuseppe Culicchia prettamente torinesi, che stanno alla città come Valeria Parrella sta a Napoli".

L'intento di alcune mie risposte si è un po' perso per strada, ma va bene così.

Dal blog di Melissa P. (se non avete ancora comperato L'odore del tuo respiro fatelo, perché è sorprendente, onesto, sentito)

Se ho aspettato quasi sei mesi per parlare di "chiudimi le labbra" di giovanni arduino, è perchè sono stanca di sentirmi dire che i libri di cui parlo nel mio blog sono quasi sempre fazi/lain. a questi rispondo che se ne parlo spesso non è certo per fare pubblicità (c''è l''ufficio stampa, per questo, e c''è anche il direttore marketing), ma perchè evidentemente se è la casa editrice con cui ho scelto di pubblicare i miei romanzi, evidentemente quello che pubblica non mi fa esattamente schifo.
detto questo.
chiudimi le labbra è un romanzo (o lungo racconto) che sembra essere scritto da una creatura asessuata e atemporale. coesistono nello stesso racconto una dolcezza e una sensualità prettamente femminili e una violenza e una forza assolutamente maschili. questo perchè giovanni arduino è uno scrittore (e una persona) che va al di fuori delle categorie e dei generi, e che ribalta i ruoli continuamente grazie al forte impatto che ha la sua scrittura.
il suo libro non nasce per sconvolgere o per rivelare verità imbarazzanti o scandalose, nasce piuttosto per raccontare con candore e magia una storia dai toni surreali eppure dannatamente realistica.
loro sono sissa e martina, due giovani donne che hanno scelto di vivere ai confini del mondo e che riescono a trovare solo nell''abbraccio reciproco quel po'' di intensità emotiva che tanto manca nelle loro realtà individuali.
sissa è una ragazza straziata dal bombardamento di informazioni che provengono da fuori, e quindi la sua testa è un groviglio di voci, suoni, colori. è capace di sentire una goccia d''acqua che s''infrange sul terreno a diversi chilometri di distanza. la sua è un''ipersensibilità che non lascia scampo.
martina è invece una ragazza chiusa, masochista, a tratti nichilista. ama ascoltare billy holiday e rifugge da qualsiasi contatto emotivo con gli altri.
le due si incontrano e insieme riescono a trovare la formula per diventare pesci e nuotare, per fuggire dal mondo e crearne uno tutto loro, fatto di silenzi, di labbra chiuse, appunto.
è un libro dove spesso non si riesce ad identificare il confine fra realtà e fantasia, dove tutto è il contrario di tutto e molto di più. un attimo prima vieni abbagliato dalla luce e quello dopo piombi nel buio.
in "chiudimi le labbra", l'erotismo non è espresso attraverso la formula più banale e conosciuta (poco sesso per voi guardoni, sorry) bensì attraverso un utilizzo della parola che diventa suono sibilante e sensuale, come quello delle parole pronunciate nell''orecchio, a voce bassa. è un confessarsi timidamente, ma senza rimorsi, senza sovrastrutture mentali.
è sicuramente un libro che nasce dal cuore e da quel buco nero e sporco che tutti noi, da qualche parte dentro il nostro corpo, nascondiamo.
è un libro senza paura, senza pregiudizi.
se biancaneve, cenerentola e la bella addormentata nel bosco sapessero leggere, sicuramente "chiudimi le labbra" sarebbe il loro romanzo preferito.

Grazie, Melissa.

Ci sarebbe molto altro, ma per il momento chiudo con Sil(via) e il primo sito dedicato a Chiudimi le labbra. Sil, fa un certo effetto. Ma già lo sai. Eccome se lo sai. Imbarazzo è dir poco. Bello, però.

Un abbraccio a tutti e alla prossima. Mentre sogno la terra d'Africa che Ousmanneh e Rachele mi hanno mandato.


chiudimi le labbra nello stagno di fuoco


Fnac Napoli, via Luca Giordano 59, mercoledì 16 novembre, ore 18.

Grande o piccolo, spesso o sottile, minimalista o massimalista: almeno in letteratura, generalmente si tratta di semplici etichette, di scorciatoie, di superficiali contrapposizioni . Però, per una volta, a discutere tra loro e con il pubblico di scelte e modalità di stile e scrittura, in carne e ossa e forse pronti ad accapigliarsi, il creatore di un ponderoso romanzo storico di oltre settecento pagine (Daniele Nadir con Lo stagno di fuoco, Sperling & Kupfer Editori) e l’autore di un’eterea favola dark che supera di poco le cento (Giovanni Arduino e Chiudimi le labbra, Lain Books). Perché a Ernest Hemingway e al suo “i cattivi scrittori amano l’epica”, Stephen King ribatte: “A volte la fantasia ha bisogno di molta carta”.

(e, no, non ci accapiglieremo)

senza nessuna emozione, sento di stare meglio


Speaking in the Third Person, Removed From Reality

By KEITH ABLOW, M.D.

November 1, 2005, NY Times

Almost from the moment he walked into my office, something bothered me about my 18-year-old patient, Mark, sent to see me by his parents after they found marijuana and steroids in his bedroom.
He was tall and muscular, with tousled, dirty-blonde hair, outfitted in a faded T-shirt emblazoned with the words "Sunset Strip," distressed jeans made to look threadbare at midthigh and along the edges of the pockets and a 70's retro leather choker with a few clay beads on it.
A shiny silver bolt pierced his left brow. He shook my hand and introduced himself with a smile, then sat down in the suede armchair opposite me, his legs outstretched, his ankles crossed.
"So tell me what's going on," I said.
"I'm in a serious jam, man," he said. "I think I need rehab to get my life back. You know?"
He didn't sound upset about it.
"What have you lost?" I asked him.
"Got two weeks?" He chuckled.
"I'm listening."
"I don't know if I ought to head to rehab or really go deep into analysis with you or what," he said. "Or maybe we just go the Prozac route."
"You think you're depressed?" I asked.
"Hard to say."
He shrugged. "I'm kind of like the quiet guy who goes to the gym, you know, keeps to himself, maybe hooks up with a girl here and there, but doesn't make a big deal of it. He's, like, sort of on the outside looking in, never letting anything get him too down."
Mark's lapse into the third person - "He's ... on the outside, looking in" - helped me realize what had disturbed me about him from the start.
He seemed fake, as if playing a role. He showed no anxiety or sadness or anger. He spoke in clichés. I'm in a ... jam. I need ... to get my life back. Got two weeks?
His hair looked intentionally messy. Everything about him, down to his carefully chosen, probably pricey, "worn out" clothing felt scripted.
I have treated several other teenagers this year who display a similar kind of profound detachment from self.
It is a kind of identity disorder I believe has its roots in a society that has drifted free from reality and is creating adolescents (and, I would venture, people of many ages) who are at most participant-observers in their own lives, with little genuine emotion - like actors playing themselves...
(continua qui)