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living dead for halloween

Ecco qui.
Halloween 365, come dice chi-so-io.
Mio pezzo che compare oggi su TorinoSette, supplemento de La Stampa.
Sabato sarò qui, perché, lo ripeto, Halloween 365. Every day is Halloween. Se volete venire, forse mi troverete.
Nel mentre, cercate di passarvela bene.



VERSO IL CONCERTO, NEL PAESE DELLA NOTTE ETERNA

Verso il concerto, nel paese della notte eterna. I fari della tua macchina sono pipistrelli dagli occhi gialli. La macchina è arancione e rotonda, una zucca. Serpenti sibilano tra i copertoni. Il clacson ha le corde vocali tagliate. Il volante, il rasoio. La nebbia entra ed esce dal tubo di scappamento a canna di fucile, esce ed entra, si confonde con il gas di scarico o forse è il gas di scarico. La strada non esiste e acquista forma e realtà solo quando viene illuminata dagli occhi spalancati dei pipistrelli. Le buche fanno sobbalzare le sospensioni di ossa e muscoli fragili. L’antenna della tua macchina: vertebre incastrate in bilico, le onde che cattura la fanno incurvare come la schiena di un contadino al lavoro nei campi, la scuotono come lo spaventapasseri che il contadino ha per compagno di giochi e di cattiva sorte. La radio luccica malata ed è un pesce fosforescente, gli altoparlanti due orecchie di cuoio recise a un gigante. Senti il basso che rimbomba, il basso maltrattato, note strappate, la corda che viene tesa e poi lasciata e come un arco scaglia qualcosa di puntuto e mortale. A seguire, il tamburo, colpi sulla pelle, sulle pelli. Un’anteprima, psychobilly e death, il rock degli psicopatici, della morte, un assaggio di quello che vi aspetta al concerto. Aspetta voi due perché nel sedile accanto c’è lei, le spire di veli grigi non possono nascondere le sue sporgenze aguzze, l’avorio ingiallito delle braccia a stecco, la tenebra che si lamenta e agita negli occhi vuoti. Cumuli di terriccio raccolti ai suoi piedi, un particolare che scopri bellissimo. Arriva il momento dei pipistrelli stanchi, la zucca si fa putrida, i serpenti si sfilano dai mozzi, il castello di vertebre crolla sul tetto molle della macchina, la musica si quieta ma altra ne comincerà. Vi fermate e scendete, i Miguel And The Living Dead stanno per iniziare sotto i fuochi fatui, sopra le croci, le lapidi, tu con la vestaglia macchiata di ruggine attorno al cuore trafitto (esploso), lei chiusa nel suo bozzolo sporco e per un attimo ti ricordi di ricordare che nel paese della notte eterna è sempre Halloween.
Miguel And The Living Dead, dalla Polonia a Torino, sabato 29 ottobre, ore 22.00, El Paso, via Passo Buole 47, aprono i Disorderline.

vuoto

Kuhaku.
1. Vuoto. Spazio vuoto. Tabula rasa.
2. Interruzione. Interruzione di corrente. Black out. Vuoto di memoria (kuhaku no mikkakan). Interregno (...) Cercare di dare un senso quando non ce n'è nessuno.
(da Kuhaku & Other Accounts From Japan, Chin Music Press)

Citazione che mi è venuta spontanea al ritorno dalla fiera del libro di Francoforte, altrimenti conosciuta come the party hearty! fair. Blah. Comunque, vuoti a parte e a perdere: sì, esiste una vita fuori dall'editoria (anche professionalmente, intendo) e questo mi fa tornare il buon umore. Poi: sì, piccolo promo con il link dell'intervista su Ozoz (già comparsa altrove ma in versione ridotta; thank you, Gein). Infine: sì, Chiudimi le labbra continua a piacere anche in questi momenti di librerie in bilico (sostenetelo, regalatelo, vogliategli bene, sfoggiatene con orgoglio la spilletta, ancora disponibile) e ci sarà una presentazione speciale a Napoli verso metà novembre.
Più info qui prossimamente. Baci & braci & rocchenròll.

PS: come da vostre numerose richieste, ora c'è il bannerino di Chiudimi le labbra da scaricare.

restare puri (chiudendosi dentro)

Three years ago he was unhappy in school. Began to play truant.
Then one day
he walked into the family's kitchen
shut the door
and refused to leave.

hikikomori
(pdf in inglese)

madre morfina (con alice)

Ascolto i Mother Morphine (garage leggermente psichedelico da Alessandria e dintorni) e mi piacciono un sacco. Give 'em a try.

Questo mio pensierino ha dato la stura a un po' di e-mail del tipo ma come, ma io, ma che vuol dire blog generalista, ma con chi te la pigli. Avete ragione. A volte è inutile essere vaghi. Però non sempre mi piace fare nomi e cognomi. Ecco. Stop.

Dietro precisa richiesta, mio articolo/raccontino comparso su TorinoSette (La Stampa) la scorsa estate, in occasione dell'arrivo di Alice Cooper da queste parti.


La maschera sotto la pelle

Hai un bastone in pugno. In fondo tutti i cattivi hanno un bastone da passeggio. Persino Bela Lugosi. Anche in Ed Wood, il film di Tim Burton, solo che lì non è veramente Lugosi ma fa lo stesso. La tua villa è fatta di specchi. Hai lavorato per averne una così. E’ passato del tempo da Detroit e da Phoenix. Specchi e copertine incorniciate dei dischi e targhe e premi. Ti guardi attorno. Riflessi, un labirinto. Non hai poi questa gran brutta cera. Saresti potuto finire peggio. In fondo ne hai viste tante, ne hai visti tanti. Frank Zappa, Bob Ezrin con i Kiss, Desmond Child che ti ha riportato a galla nei mitici, fetidi Ottanta. Your lips are venomous poison… Certo che te la ricordi. Prima in classifica su Billboard. Desmond Child, che ha resuscitato pure Joan Jett. Altro che Lazzaro, altro che Frankenstein. E l’hard da strada modello MC5 e il glam e il metal e lo shock rock e scorciatoie disco o industrial. Finché adesso sei un’icona. Con la tua faccia, grazie alla tua storia, hanno creato fumetti, giocattoli, un paio di ristoranti a tema. Ti sei guadagnato una stella sull’Hollywood Boulevard. Come ci si sente a essere un’icona? Un pochino rigidi, magari. Ti stiracchi e controlli che le giunture siano a posto. Un nuovo tour è vicino. In questa casa di specchi hai persino un campo da golf in miniatura per tenerti in forma. Ti rilassa, da sempre. Potevano esserci boa di tre metri, cappelli a cilindro che prendevano fuoco, ghigliottine insanguinate, school’s out forever e liceali seminude e in catene, ma alla fine, alla fine, alla fine. Il golf.
Giri, tiri dritto, non sai dove vai, tutto brilla, anche l’orologio che hai al polso. Tra poco verrà a prenderti Rob Zombie e assieme cucirete un altro remix. Passerà Slash e gli proporrai un assolo nel tuo ultimo disco. O forse è meglio uno di quelli nuovi, tipo AFI o My Chemical Romance? Ti giri la lingua in bocca, quasi un sapore lontano di gintequilavodka, ma subito abbassi la testa, porti l’indice all’altezza del fegato e ti sembra di sentire le cicatrici della cirrosi, di percorrere i solchi. L’ultima corsa dei Settanta non è stata così dolce.
Il frigobar è ricoperto di specchi, naturalmente, ma lo trovi senza difficoltà. Una lattina di qualcosa di analcolico, lo finisci in un sorso mentre ti avvicini alla parete come a un diamante. Ripeti che potresti essere peggio, controllando e ricontrollando. Ti strofini la faccia. Anche il tuo vero nome, Vincent, va d’accordo con il tuo naso, i tuoi lineamenti da attore horror d’annata. Gratti più deciso. Oltre un leggero strato di pelle compaiono i primi segni, il nero a cerchiare gli occhi e a scendere in linee parallele lungo gli zigomi e a salire verso la fronte, ad allungare gli angoli delle labbra. Perché è scavando che si trova il trucco, Alice. E’ solo scavando. Il trucco sta sempre sotto. Ti fissi ancora, sembri soddisfatto, abbandoni a terra il bastone da passeggio (cade con un tintinnio) e già sogni le mazze da golf. Un buon swing può avere una forza devastante. Raggiungere una velocità incredibile. Sorridi con i tuoi denti da attore, rifatti ma pur sempre da attore (Vincent come Vincent Price) e cammini verso il campo in miniatura. Intoni qualcosa, Alice, e la tua voce (sempre la stessa, lei sì grazie al cielo, roca e maligna e davvero cattiva) rimbalza di specchio in specchio come la tua immagine, le tue tante immagini.